lunedì 11 marzo 2013
lunedì 18 febbraio 2013
Presentazione: ABRUZZOletterario n. 3 (Pescara, mercoledì 20 febbraio, ore 18:00)
Sommario del n. 3
FOTOGRAFIE. Ricordo di Umberto Timmonieri (di Arturo Bernava)
LETTURA E ANALISI DELLA MUSICALITÀ in “La pioggia nel pineto” di Gabriele D’Annunzio (di Marco Tabellione)
Interviste: SANDRO VISCA (a cura di Marco Tornar)
Narrativa: LA SCINTILLA DIVINA. 22 MAGGIO 1813 - 22 MAGGIO 1913 (di Clare Benedict)
CONRAD FERDINAND MEYER: LA TENTAZIONE DEL MARCHESE DI PESCARA (di Sandro Naglia)
Narrativa: LA TENTAZIONE DEL MARCHESE DI PESCARA (di Conrad Ferdinand Meyer)
Narrativa: UNA GIORNATA BUONA (di Vito Moretti)
Narrativa: PARLANDO DI ME (di Erminio Cavalli)
UNA COLPEVOLE DIMENTICANZA: PIETRO DI DONATO (di Giacomo D’Angelo)
Leggende: SAN CRISTOFORO (di Nicoletta Travaglini)
Sei pagine dedicate alle recensoni e 2 alla poesia
http://www.abruzzoletterario.blogspot.it/
sabato 12 gennaio 2013
Recensione: PATMOS di Pina Allegrini (Edizioni Noubs)
“L’astuzia perfetta e vincolante / di quest’isola su cui solo t’invoco / ombra di un’ombra morte di una morte”, grida metricamente Giovanni, nel compimento mistico della sua esperienza terrena formalizzato dall’autrice in una forma scabra, dove la spezzatura del ritmo è lo spasimo di una sequela, di un percorso ben oltre la conoscenza. Da noi in pochi ma eccelsi casi si è verificato un incontro tra il verso e la ricerca spirituale – e forse quella di Testori è su tutte l’esperienza più sconvolgente. Dell’autore di Interrogatorio a Maria la Allegrini riprende – segno o piuttosto bagliore di una difficile tradizione nazionale? – la consistenza fortemente materica della scena, arida di deserti geografici e d’anima, imponendovi trafitture lancinanti tutte personali, come nella mirabile invocazione di Giovanni all’omonimo Precursore: “mio riflesso / mio nome, scorpione occulto, insonne / bilanciere tra il veleno e la fiamma / dentro il fulgore del sole c’è la neve”.
Di amabile e al contempo drammatica lettura, Patmos riscopre la religiosità di una parola confitta nel cuore palpitante della Storia, dove mistero e miracolo possono sgorgare ancora, anche davanti a opacizzati occhi contemporanei. E fa piacere sottolineare come nel tempo di uno pseudo-poetico panorama di massa – così ridondante di narcisismi futili – una voce femminile italiana vibri con la potenza del vero sentire – dimentica di sé, tesa all’ascolto di “tramonti che sigillano o spalancano visioni”.
Marco Tornar
Pina Allegrini
PATMOS
Noubs, 2009
pp. 64, Euro 10,00
venerdì 11 gennaio 2013
Recensione: RICORDI DI PARIGI di Edmondo De Amicis (Edizioni Solfanelli)
Edmondo De Amicis (1846-1908) è un autore oggi ricordato quasi esclusivamente per Cuore, opera che riscosse uno straordinario successo fino alla prima metà del Novecento, per essere successivamente sempre più spesso fatta oggetto di riserve e perplessità, dapprima rispetto al contenuto ideologico, e poi anche riguardo al suo effettivo valore letterario.
Ma De Amicis fu anche un celebre giornalista, inviato de “La Nazione” e de “L’Illustrazione Italiana”, e in questa veste pubblicò molti reportages di viaggio poi riuniti in volume: da Spagna (1871 e 1873) a Ricordi di Londra (1874), da Olanda (1874) a Marocco (1876), fino ad arrivare a In America (1897) e Ricordi di un viaggio in Sicilia (1908).
Ricordi di Parigi fu frutto di due diversi soggiorni, effettuati nel 1873 e 1878, in seguito ai quali il libro uscì per l’editore Treves dapprima nel 1875 e successivamente, accresciuto, nel 1879 (ed è l’edizione che oggi viene riproposta da Solfanelli). Diviso in cinque capitoli, presenta tra l’altro il reportage fatto da De Amicis dall’Esposizione Universale del 1878, nonché gli incontri avuti con Victor Hugo e Émile Zola.
Folgorante già l’inizio del libro: “Siamo discesi alla stazione della strada ferrata di Lione, alle otto della mattina, con un tempo bellissimo. E ci trovammo subito imbarazzati. Avevamo letto nei giornali che i fiaccherai di Parigi spingevano le loro pretese fino al punto di non voler più trasportare persone grasse. Io feci osservare al Giacosa che noi due eravamo fatti apposta per provocare e giustificare un rifiuto sdegnoso del più cortese dei fiaccherai. Egli s’impensierì, io pure. Avevamo indosso, per giunta, due spolverine che c’ingrossavano spietatamente. Come fare? Non c’era che da tentare di produrre un po’ d’illusione avvicinandosi a una carrozza a passo di contraddanza e interpellando l’uomo con una voce in falsetto. Il tentativo riuscì. Il fiaccheraio ci rivolse uno sguardo inquieto, ma ci lasciò salire”.
Siamo decisamente molto lontani dalle atmosfere cui siamo abituati a collegare l’aggettivo “deamicisiano”... La descrizione della metropoli in piena attività è scintillante, caleidoscopica, travolgente. Febbrile come ottant’anni anni dopo saprà esserlo il montaggio cinematografico in alcuni film underground che rappresenteranno l’universo di grandi città inglesi o statunitensi. “Ah Parigi! Maledetta e cara Parigi! Sirena sfrontata! È proprio dunque una verità che bisogna fuggirti come una furia o adorarti come una dea?”.
Il resoconto della visita all’Esposizione pure presenta momenti memorabili, spesso descritti con icasticità sospesa sul filo dell’ironia: “Uno spettacolo unico al mondo, veramente; immenso, splendido e bruttino, che innamora. [...] Sì, è un po’ una cosa da teatrino, ma bella; un grazioso scherzo combinato da venti popoli, ingegnosamente; mezzo mondo veduto di scorcio; la via d’una grande città di là da venire, in un tempo di fratellanza universale, quando saranno sparite le patrie. A primo aspetto non sembra che una splendida bizzarria, e si pensa che il mondo ha avuto un quarto d’ora di buon umore. [...] Ma dopo [...] lo spettacolo muta significato. Allora da ognuna di quelle facciate esce un’idea, l’espressione di un sentimento diverso della vita, e come un soffio d’aria d’un altro cielo e d’un altro secolo [...] porta il suono di musiche lontane, piene di pensieri e di memorie.”
La scrittura di De Amicis è una bellissima “scrittura di viaggio”. Ma è nondimeno affascinante il resoconto degli incontri con i due grandi scrittori francesi. Colpisce la deferenza e l’entusiastica ammirazione con cui De Amicis si accosta al “mostro sacro” Victor Hugo, e ci si ricorda improvvisamente che all’epoca l’autore non aveva più di 32 anni — si assapora ancor più, quindi, la mirabile e a tratti esilarante descrizione dell’incontro di un ancor giovane scrittore (il travolgente successo di Cuore arriverà nel 1886) con il proprio “mito”.
Scrive De Amicis dello stile di Hugo: “Nello stesso tempo dolce e tremendo, fantastico e profondo, insensato e sublime, egli mette accanto a una stramberia rettorica che rivolta, la rivelazione d’una grande verità che fa dare un grido di stupore. [...] Dalla prima all’ultima pagina è sempre presente, e ci fa della lettura una lotta. Ci caccia innanzi a spintoni, ci solleva, ci stramazza, ci rialza, ci scrolla, ci umilia, ci travolge nella sua fuga precipitosa, senza dar segno d’avvedersi che noi esistiamo”; bellissime poi le pagine in cui De Amicis discetta sulla “coscienza del proprio genio” da parte dello scrittore francese — ma il tutto viene poi stemperato nell’incontro reale, umano, con l’autore de I miserabili.
D’altra parte, il ritratto letterario di Zola ben rende — “in presa diretta” — l’impressione destata, e l’importanza che rivestiva il naturalismo (ma giustamente De Amicis parla di “realismo”) dello scrittore francese agli occhi dei suoi contemporanei, sia a livello stilistico che di tematica: “Egli ha buttato in aria con un calcio tutti i vasetti della toeletta letteraria e ha lavato con uno strofinaccio di tela greggia la faccia imbellettata della Verità”.
Al di là dell’“aneddotica” (piacevolissima) legata agli incontri, si tratta di veri e propri studi critici su questi due autori, acutissimi da parte dell’autore e impreziositi ovviamente dalle testimonianze degli autori stessi. Valga come esempio quanto dice Zola a proposito del suo modo di procedere nella scrittura di un romanzo: “Ecco, come faccio il romanzo. Non lo faccio affatto. Lascio che si faccia da sé. Io non so inventare dei fatti; mi manca assolutamente questo genere di immaginazione. Se mi metto a tavolino per cercare un intreccio [...] sto anche lì tre giorni a stillarmi il cervello [...] e non riesco a nulla. Perciò ho preso la risoluzione di non occuparmi mai del soggetto. Comincio a lavorare al mio romanzo, senza sapere né che avvenimenti vi si svolgeranno, né che personaggi vi avranno parte, né quale sarà il principio e la fine. Conosco soltanto il mio protagonista, [...] che è una conoscenza antica”.
Il che suona, peraltro, di straordinaria modernità.
Sandro Naglia
Edmondo De Amicis
RICORDI DI PARIGI
a cura di Maria Lucia Zito
Solfanelli, 2012
pp. 184 - Euro 14,00
martedì 8 gennaio 2013
Recensione: LA STANZA BUIA di Leonard Cline (Edizioni Solfanelli)
Una interessante riscoperta, questa di Leonard Cline: scrittore, traduttore e giornalista americano nato nel 1893, autore di due raccolte di poesie e tre romanzi, tra i quali The Dark Chamber, apparso nell’agosto del 1927, un mese prima che l’autore venisse condannato a un anno di carcere per l’omicidio di un amico che lo aveva aggredito durante una lite. Cline, nel periodo di detenzione, scrisse anche sotto lo pseudonimo di Alan Forsyth; rilasciato nel luglio del 1928, fu trovato morto sei mesi dopo nel suo appartamento di New York.
Autore colto, coltissimo, aggiornato sui maggiori scrittori suoi contemporanei (cita Eliot e Hamsun, tra gli altri), con competenze musicali straordinarie (il protagonista/io narrante del romanzo è un musicista, e le pagine sulla musica sono di grande profondità e sensibilità), capace di una prosa nello stesso tempo scorrevole e immaginifica, che da un’elegante asciuttezza riesce a passare senza soluzione di continuità a un lirismo di marca quasi fitzgeraldiana (l’incipit del romanzo: “Ieri era ancora estate in città, una fine estate stanca ed estenuata, con una vaga tristezza nell’aria che si trascinava come una vecchia gonna in fondo a un fossato”) — Cline inserisce nella migliore tradizione narrativa del romanzo “gotico” (The Dark Chamber fu particolarmente apprezzato da Lovecraft, tra gli altri) meccanismi da “giallo” con tocchi di horror, chiaramente ispirandosi a Poe.
Ma colpiscono, nel contesto della trama che ha a che fare col recupero memoriale, più di un passaggio di chiara ispirazione proustiana (“Così un odore può richiamare un altro odore collegato a un’immagine mnemonica ed evocarla nella sua interezza. Il velo si solleva per un istante, la polvere torna ad assumere le fattezze antiche, nel presente si apre uno squarcio da cui si può scorgere il passato nella sua vivida bellezza”: p. 29 — la settima e ultima parte della Recherche fu peraltro pubblicata proprio nel 1927), come pure inserti di matrice psicoanalitica (junghiana più che freudiana — Eugen Bleuler, uno dei maestri di Jung, viene citato nel libro) che confermano ulteriormente l’attenta partecipazione dell’autore alle più feconde tendenze culturali del suo tempo.
Ottime traduzione, presentazione e curatela del volume da parte di Fabrizio Sandrelli.
Sandro Naglia
Leonard Cline
LA STANZA BUIA
Traduzione e cura di Fabrizio Sandrelli
Solfanelli, Chieti, 2012
pp. 200 - Euro 15,00
venerdì 14 dicembre 2012
Recensione: CAOS IPERMETRICO di Giancarlo Giuliani (Edizioni Tabula fati)
Al limite ignoto del dolore, sotto un sole che brucia le parole, / vivo momenti già scritti, attore di un gioco / sconosciuto”: già dall’incipit del poemetto che dà il titolo a questa raccolta, il lettore è chiamato a confrontarsi con un respiro poetico di ampiezza sinfonica, che sviluppa premesse stilistiche già presenti nelle sillogi precedenti dell’autore, ma che apre anche nuove prospettive nella sua poetica.
La poesia di Giancarlo Giuliani è poesia di conoscenza, tentativo di trasmutazione alchemica della realtà alla ricerca del metallo nobile che dia senso e solidità al vissuto — ricerca vana in partenza, e riconosciuta come tale: “non c’è arrivo / previsto, solo nuove partenze, illusione di una possibile fine”. Panta rei, e il Viandante scorre con e nella vita, solo più consapevole della vanità delle cose. È questa la conoscenza.
Ma per arrivarci bisogna aver percorso strade (anche e soprattutto quelle “Ad Inferos” della più trista vita quotidiana, cui è dedicata la parte centrale del libro, con un solo apparente “scarto” stilistico), aver avuto il coraggio di scegliere di fronte a bivii, osato mantenere la direzione anche se sbagliata. Gli ideali e i sogni sono armi a doppio taglio: “Mi chinai un giorno sull’amico a terra / e nel sangue rappreso vidi la vita / futura, cercai con dita tremanti il segno / di un respiro, sentii morire per sempre la gioia”. E il Labirinto, infine, resta la metafora più convincente della nostra esistenza.
Eppure raccontarlo, questo labirinto, è possibile: anche se “Non abbiamo parole per i versi che mancano. / Ciò che ci spinge non è l’illusione del cerchio, / ma la spirale: suggerisce movimento infinito”, tuttavia siamo spinti “a cercare, morire / rinascere nella tensione / a ciò che sta oltre i limiti dell’uomo”.
E, come nell’Anabasi senofontiana, è possibile pensare che un giorno la visione del punto d’arrivo si manifesti (“Thalatta! Thalatta!” è appunto il titolo di una poesia della raccolta), ma il senso dell’esistenza, come spesso ribadiscono i filosofi d’Oriente, è nel cammino. Può tuttavia confortarci l’Arte, e non sarà un caso che accanto alla fede nella parola, si affaccino spesso nella silloge citazioni e riferimenti musicali: la Musica, secondo Schopenhauer, è una delle vie per affrancarci dal dolore di vivere...
Ezra Pound, Dylan Thomas sono sicuri riferimenti letterari dell’autore: il primo proprio per il sinfonismo che ingloba anche il polilinguismo e le citazioni, parte integrante del fluire poetico; il secondo per l’uso di figure e metafore che tentano di forzare il diaframma del visibile con immagini inedite e sorprendenti. Tra l’uno e l’altro, come a completare una Trimurti, la presenza di T. S. Eliot, che a sua volta aveva tentato una peculiare commistione tra musica e poesia.
Ma anche un altro filosofo è sicuramente presente nel substrato culturale e poetico dell’autore: Friedrich Nietzsche, soprattutto quello del Così parlò Zarathustra. E, proprio parafrasando una nota massima del filosofo tedesco, si potrebbe concludere dicendo che solo da un caos ipermetrico si può generare una poesia di conoscenza.
Sandro Naglia
Giancarlo Giuliani
CAOS IPERMETRICO
Tabula Fati, 2012
pp. 56 - Euro 7,00
sabato 8 dicembre 2012
Ultimi incontri del 2012 dell'Università Liberetà "Federico Caffè"
Ultimi incontri del 2012 dell'Università Liberetà "Federico Caffè".
– lunedì 10 dicembre, alle ore 17:00, presso la sala della CGIL in via B.Croce 108, lezione del prof. Luigi Collevecchio sulla storia del Novecento "Riflessioni sulle possibili definizioni del ventesimo secolo",
– mercoledì 12 dicembre, alle ore 17:00, nella sala CGIL, via B.Croce 108, lezione di Giacomo D'Angelo sul tema "Gli abruzzesi e la Grande Guerra. Tra storia e letteratura".
Le lezioni dell'Università riprenderanno nel gennaio 2013.
mercoledì 5 dicembre 2012
Recensione. UN AMORE NELLA BUFERA di Marino Solfanelli (Edizioni Tabula fati)
In tempi di “revisionismi”, interpretazioni storiche “alternative”, “negazionismi” e polemiche sociopolitiche varie, esce questo breve e denso racconto, una delicatissima storia d’amore ambientata, o meglio: intrecciata al convulso momento della Seconda Guerra Mondiale seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943, che divise letteralmente l’Italia in due — i protagonisti del libro sono appunto due giovani combattenti che hanno aderito alla Repubblica Sociale.
Il 14 ottobre 2001 l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in un discorso tenuto in occasione di una cerimonia sulla Resistenza, ricordò “quei giovani che allora fecero scelte diverse e che le fecero, credendo di servire ugualmente l’onore della propria patria”, innescando asprissime polemiche da parte di coloro che ritennero inaccettabile la sostanziale equiparazione di Resistenti e Repubblichini.
La Storia la scrivono i vincitori: ce lo ha recentemente ricordato, da tutt’altro ambito politico, il bellissimo film di Mario Martone Noi credevamo, tratto dal romanzo di Anna Banti; e una cosa è la Storia, altra gli esseri umani che vi sono dietro, soprattutto i giovani idealisti — di ideali giusti o sbagliati che sembrino. Come giustamente sottolinea la quarta di copertina di questo volumetto: “Una vicenda su cui riflettere, soprattutto da parte di chi con troppa facilità esprime condanne irrevocabili, dimenticando che dietro gli avvenimenti della storia ci sono le vite di uomini e donne che, pur nella diversità dei convincimenti, non possiamo che chiamare fratelli e sorelle”.
L’autore del racconto è chiaramente persona ideologicamente coinvolta nel contesto storico in cui ha ambientato la sua opera; il recensore che scrive — di diversa ideologia — ha tuttavia avuto in famiglia persone che vissero da vicino quel momento. Trovo che questo racconto — innanzitutto di bella scrittura: nitida e di valore letterario — sia utile proprio per intendere “le ragioni degli altri”, e il senso di sconfitta e di amarezza che aleggia nelle pagine è parte integrante del suo fascino.
Ideali e gioventù, fede e fanatismo, Realpolitik e senso dell’onore; la citazione potrà, in questo contesto, sembrare bizzarra, ma mi viene da ripensare alla conclusione del concept album dei Pink Floyd The final cut, incentrato sul secondo conflitto mondiale (e sui conflitti a venire) visti dall’ottica di un orfano di guerra: “E infine capisco / I sentimenti dei pochi / Cenere e diamanti / Nemici e amici / Eravamo alla fine tutti uguali”.
Un piccolo, delicato racconto come questo viene a ricordarcelo.
Sandro Naglia
UN AMORE NELLA BUFERA
Tabula fati, 2012
[ISBN-978-88-7475-270-6]
pp. 56 - Euro 6,00
sabato 29 settembre 2012
Recensione: VIAGGIO IN ABRUZZO CON GIORGIO MANGANELLI di Pino Coscetta (Edizioni Solfanelli)
La letteratura di viaggio ha già di per sé un fascino ineludibile: ma qui siamo proprio dietro le quinte del viaggio. E’ un libro quindi prezioso anche perché contiene una postfazione della sorella di Manganelli, Lietta di cui riporto un piccolo brano: «Ci piace immaginare, la sera, in albergo, Manganelli e Coscetta che, ognuno nella propria stanza, cercano di mettere insieme le immagini e i ricordi della giornata appena trascorsa, uno per trasformare quelle immagini e quei ricordi in fulminanti scritti, l’altro per fissarli nel cuore e nella memoria.» Lietta Manganelli ha dischiuso, con poche parole, il cuore del libro. Quello che leggerete è il diario di un diario, un viaggio accanto ad un altro viaggio. Attraverso i capitoli del libro possiamo ricostruire tutto l’itinerario: Pescina e la valle del Giovenco, Pescasseroli ed il parco, Cocullo Scanno Pacentro e Sulmona, Pescara, Teramo, Atri e Castelli, Chieti e Lanciano, L’Aquila, gli eremi, Corfinio, il Gran Sasso. Un libro nato da una amicizia “durata poco più di tre anni”, e interrotta dalla morte di Manganelli nel 1990.
Ogni pagina ci svela un particolare in più, un dettaglio dell’amicizia tra i due: la ragione di una dedica, un’affermazione, un pensiero comune, una riflessione. Scrive ancora Coscetta: «questo volume ( frutto di pochi appunti e di tanti ricordi), in ogni capitolo ripropone, inseriti nel testo, brevi illuminanti stralci tratti dal dattiloscritto originale che Giorgio Manganelli mi regalò, prima di consegnare al direttore i nove capitoli sul viaggio inchiesta…» Quei nove capitoli sono attualmente contenuti nel libro postumo di Manganelli, La favola pitagorica, edito da Adelphi.
Il primo incontro con l’Abruzzo è quello con Silone, scrittore tra scrittori; l’ultimo è con il Gran sasso, il re della montagna abruzzese , “l’aria d’Abruzzo”. Puntuale itinerario attraverso cui si snoda l’Abruzzo montano e marino, le strade secondarie e le autostrade, le caratteristiche architettoniche o l’acquisto di un oggetto: momenti sorretti da un racconto mai oleografico, che non cede ai luoghi comuni.
Vorrei però soffermarmi in particolare su un capitolo del libro che contiene una promessa : «Da domani conoscerai l’Abruzzo più abruzzese che c’è – dico a Giorgio che seduto davanti alla mia scrivania, insolitamente prende appunti – L’Aquila è una città davvero particolare e per capirla dovremo passare attraverso i suoi cortili.» Oltre ai cortili passano , nelle pagine del libro,il forte spagnolo o Castello, la Fontana luminosa, l’Hotel castello, Piazza Battaglione degli Alpini, la Società aquilana dei concerti, la Fontana delle 99 cannelle, i Quattro cantoni, il bar Centrale e Piazza Palazzo, la cena succulenta al ristorante Ernesto, il Duomo di san Bernardino e la basilica di Collemaggio, il ristorante le Tre Marie, Buccio di Ranallo… Lapidarie, struggenti, delicatissime le impressioni della visita alla città: «mole astratta, levigata, di dura geometria, forte di enormi sproni, il Castello»; «L’Aquila città sommamente musicante»; «a respirare quest’aria montana, a camminare per queste strade dal selciato difficile e da duro pendìo»; «oso dire che riporta ai miei occhi il ricordo di talune fontane dell’oriente islamico, sia di Granada che di Lahore. L’acqua che disegna, che costruisce. Molto orientale.»
Questa topografia, è oggi , per noi, topografia della memoria. Nomi e luoghi oggi pieni di silenzio. L’Aquila è purtroppo una città sospesa, in attesa di tornare ad essere quello che era: e che Manganelli vide, grazie anche alla sapiente guida di Coscetta, in tutti i suoi particolari, anche quelli meno turistici. Scrive ancora Coscetta: «Voltate le spalle alla città che lo ha incantato, con Giorgio, ci avviammo verso un altro Abruzzo. Ma oggi, a 26 anni di distanza, e a tre anni dal terribile terremoto, non riesco a dimenticare l’amorevole attenzione che le dedicò in quei giorni e che riversò, poi, nella puntata dedicata alla città.» Lo stesso Coscetta rivolge un appello agli aquilani di oggi, perché senza quel centro storico «la città sarebbe destinata fatalmente a morire o nel peggiore dei casi a sopravvivere, mutilata svilita e svuotata.»
L’Aquila, la “città polifonica”, così la definì Manganelli per le infinite stratificazioni che si susseguono e si sono composte nel tempo, da quelle romaniche fino a quelle delle città contemporanea, aspetta ancora, nel suo centro storico, di essere ricostruita. Con cura, con attenzione e con sapienza.
«La città antica – scrive Manganelli, – nodo impossibile a sciogliersi di vicoli e strade, è fedele ad una immagine di sé, ferrugginosa, memore di assedi e guerre.»
In questo ultimo assedio, la città ha rischiato di scomparire.
Ma come scrive Paolo Rumiz, un altro inesausto, meraviglioso scrittore-viaggiatore, «finché esistono i nomi esistono i luoghi.» Ed è con questa certezza che continuiamo a sentire attuale il viaggio in Abruzzo di Manganelli del 1987, interessante e prezioso il racconto che ce ne ha fatto Pino Coscetta, in una specie di staffetta emotiva ed amicale che ci coinvolge profondamente.
Patrizia Tocci
venerdì 14 settembre 2012
Recensione: AZZURRI DI MARE E VELE ERRABONDE a cura di Lucio D'Arcangelo (Edizioni Solfanelli)
“Breve antologia della narrativa pescarese (1887-1987)” recita il sottotitolo di questo volume curato da Lucio D’Arcangelo. Le date di riferimento indicano il lasso di tempo che va dalla pubblicazione del romanzo storico La tentazione del Pescara di Conrad Ferdinand Meyer, uno dei grandi narratori in lingua tedesca dell’Ottocento [sul quale — ed è pura coincidenza — cfr. il saggio redatto da chi scrive, pubblicato su questo stesso numero di “Abruzzo Letterario”], alla raccolta di racconti Via del Procacciolo di Aldo Grossi.
Un secolo di storia e di letteratura, durante il quale la città di Pescara si è evoluta da borgo di pescatori a moderna piccola metropoli — da “città western, nata su un tronco di ferrovia”, come la descrisse Guido Piovene negli anni Cinquanta, a “piccola Dallas”, come pure è stata definita da qualcuno.
Un secolo che ha visto ovviamente la presenza delle due grandi figure di riferimento della letteratura “pescarese”: D’Annunzio e Flaiano, anche se quest’ultimo — come ricorda D’Arcangelo nella Presentazione del volume — nelle sue opere parlò espressamente di Pescara solo in un caso: nell’annotazione “Traccia di autobiografia”, inclusa appunto in quest’antologia (forse dovrebbero ricordarsene coloro che in tutti questi anni hanno fondato un business culturale sulla presunta “pescaresità” del “povero Flaiano”, come spesso amano definirlo). Pescara è in realtà citata (ma solo citata) anche in un progetto incompiuto di Flaiano, un racconto sulla vita del “Messia d’Abruzzo” don Oreste De Amicis, ambientato nell’entroterra pescarese e teatino dell’Ottocento (ora incluso in Autobiografia del Blu di Prussia, Adelphi, Milano, 2003); semmai il ricordo della dimensione di vita provinciale emerge, nell’autore, nelle collaborazioni cinematografiche, a partire dalle sceneggiature per Fellini.
Di Gabriele D’Annunzio viene inclusa in questo libro “La Contessa d’Amalfi”, una delle Novelle della Pescara (pubblicate con questo titolo nel 1902, ma scritte nel ventennio precedente), dall’andamento “cinematografico ante-litteram”, come sottolinea giustamente D’Arcangelo: del resto D’Annunzio avrebbe nel 1913 collaborato alla realizzazione di uno dei capolavori della storia del cinema — Cabiria di Giovanni Pastrone —, ed è interessante che da un’altra delle Novelle della Pescara, “La morte del Duca d’Ofena” , pure sarebbe stato tratto un film nel 1916.
Un po’ a pendant del racconto dannunziano, segue “La ghirlanda” di Vincenzo Bucci (1903), una rarità pubblicata originalmente su “L’Illustrazione Abruzzese”, poi edita in volume nel 1920. Sono evidenti i legami con le Novelle dannunziane (anche proprio con “La Contessa d’Amalfi”, per certi aspetti), e il Bucci — di cui non si conoscono altri racconti — si presenta come uno tra i primi autori che avrebbero coniugato il nascente “dannunzianesimo” al retaggio un po’ kitsch del feuilleton che ebbe come elementi di spicco scrittori quali Carolina Invernizio (mi permetto anche di chiosare che il Bucci cade in uno svarione clamoroso attribuendo una famosa aria mozartiana de Le Nozze di Figaro al Don Giovanni, fraintendendone peraltro il significato: cfr. pp. 61 e 77).
Più interessante il recupero di un grazioso racconto di Luigi Antonelli, autore legato a Pescara anche se nativo di Castilenti: “La piccola sirena”, scritto con uno stile un po’ da “realismo magico” collegabile alle sue più famose opere teatrali. Bisogna dire che — per quanto schiacciato, in ambito “pescarese”, dalle figure di D’Annunzio e Flaiano — Antonelli è un autore che andrebbe sicuramente approfondito, ricordando anche che la sua commedia L’uomo che incontrò se stesso (1919) fu uno dei capolavori del cosiddetto “teatro grottesco” che nei primi decenni del Novecento tentò un rinnovamento della scena “borghese”, ormai dominata da un realismo un po’ stantio. Lo stesso Luigi Pirandello, nel 1934, avrebbe curato la regia di un’altra commedia di Antonelli: Il Maestro.
Sandro Naglia
Lucio D’Arcangelo (a cura)
AZZURRI DI MARE
E VELE ERRABONDE
Solfanelli, 2012
pp. 136 - Euro 12,00
martedì 4 settembre 2012
Presentazione della Rivista (Chieti, sabato 8 settembre, ore 18:00)
lunedì 3 settembre 2012
Recensione: IL RISVEGLIO DEL FUOCO di Chiara Cilli (Edizioni Tabula fati)
L'eterna lotta del bene contro il male (che alla fine irrimediabilmente soccombe) è stata ormai raccontata in ogni sua sfumatura, con ogni fantasiosa tecnica narrativa.È, quindi, con particolare piacere che ci si lascia sorprendere dall'esordio letterario di una giovane scrittrice, Chiara Cilli, che con capacità e destrezza è riuscita a dar vita a un mondo, a una storia, affascinante e di piacevole impatto.
Con la semplicità di uno stile lineare e abilmente descrittivo, l'autrice riesce ad attrarre il lettore, in un crescendo di emozioni che non si attenuano con il trascorrere delle pagine.
Morwen, la protagonista, è la principessa degli inferi. Appare agli occhi del lettore in tutta la sua sfrontata irriverenza. È forte, è bella, è irresistibile. È affascinante!
Ma non è il fascino l’unica attrazione di Morwen. In essa il “male” (inteso come cattiveria fine a sé stessa) assume una dimensione sinora sconosciuta, quasi redimibile e contraddittoria. Ma non sono le contraddizioni quelle che affascinano di più?
Il male assoluto non può essere redento per definizione, ma su questo l’autrice non sembra avere le idee del tutto chiare. O forse è solo un ulteriore – il peggiore! – inganno, creato ad arte da una narratrice sapiente.
Ecco quindi che gli scenari cambiamo, diventano al tempo stesso più netti e più sfuocati. Nulla è come sembra e la fusione di forze opposte crea una tensione che diventa e resta palpabile sino all’ultima pagina.
La forza della Cilli sta nel discostarsi dal fantasy tradizionale. Non tanto (o non solo) per il diverso rapporto di forza tra bene e male (concetto che da solo meriterebbe notevoli approfondimenti), quanto per lo spazio che l’autrice dedica all’amore e alla storia tra i protagonisti. Ma ad affascinare (ancora questo verbo!) è l’intensità del fio narrante, il crescendo graduale che improvvisamente esplode in tutta la sua potenza. Una storia che appassiona per la sua freschezza, per il costrutto narrativo che la giovanissima autrice riesce a realizzare.
Il primo libro di una saga che terrà il lettore con il fiato sospeso, alla ricerca di una verità che è figlia del tempo.
Arturo Bernava
Chiara Cilli
IL RISVEGLIO DEL FUOCO
Edizioni Tabula fati
[ISBN-978-88-7475-246-1]
Pagg. 272 - € 18,00
http//www.edizionitabulafati.it/ilrisvegliodelfuoco.htm
venerdì 17 agosto 2012
L’Arte come strumento di introspezione e di scoperta, dell’incerto che ci fa crescere
Il progetto così vasto e metodico, la scelta di un soggetto primigenio e universale e infine, la realizzazione attraverso un materiale di immediata fruizione e l’eleganza della composizione rendono ad ogni spettatore la possibilità di regalarsi un momento di ponderata meditazione e il respiro profondo dell’aria salmastra che ci riempie i polmoni. La pesantezza che blocca e accompagna chiunque accetti i propri limiti è la stessa che precede il momento della liberazione, del cambiamento, l’inizio di un nuovo viaggio.
Recensione: LABIRINTO PRIMO di Davide Di Vitantonio

Libro interessante fin dall’indice, questo di Davide Di Vitantonio. I titoli delle poesie promettono una ricerca linguistica ed espressiva che incuriosisce e spinge immediatamente a una lettura attenta e partecipe. La promessa è mantenuta: le poesie offrono un panorama linguistico originale, ben lungi dall’essere semplice ricerca formale, fine a se stessa.
La prima poesia ha un incipit davvero brillante (una pagina lamenta il suo segno…), poi un po’ banalizzato da quel “bordo fallico” del verso 6, ma è solo un leggero difetto, ben presto la poesia si addentra in immagini che inducono alla riflessione, che a tratti sorprendono:
…sveglio di fuliggine
danzante alla collina, imparo ad osservare
i fiori della solitudine, coltivo il tributo
a largo di un’anfora di aceto.
(Sposa in inchiostro, alla carta)
Un tema classico, quello del ricordo, è subito dopo trattato in modo assai personale, come qualcosa da conquistare, più che come qualcosa da riguardare, su cui meditare:
Spogliati della grazia, ricopriti di vanagloria,
ma aspetta,
sono quasi arrivato,
sono quasi al limite del tuo ricordo
(Aspettami)
Tutto pare in vendita, lamenta più avanti il poeta (Bisogno), in un mondo che sembra privilegiare solo l’avere, nell’assenza più completa dell’essere. Una percezione distorta pare avvolgere il destinatario della poesia, sensazione favorita anche dall’uso dell’ipermetro
Hai tanti pensieri, hai ricordi, hai fame ma non gridi
ti tagli con un rasoio antico, il sangue
non lo vedi, ti manca la razione fetida
dell’addio, non vedi più di un ramo, secca passione,
l’albero è lontano, non vedi che un pinolo.
Il finale della poesia sorprende un poco, grazie anche alla dislocazione grafica, all’inizio di una pagina successiva, ma chiude con efficacia il cerchio aperto dai primi cinque versi:
Perdonate principessa,
quanto volete per una carezza?
A tratti, però, capita che le metafore appaiano un po’ forzate, risapute, che sembrino un gioco a incastro più che un fluire dell’ispirazione. La poesia appare allora “faticosa”, sostanzialmente non riuscita. È il caso, a nostro parere, di “Decidi serva, naviga regina”. Ma è solo un episodio, subito il lettore incontra la bellissima “Donna”, che avvince con la sua apparente semplicità.
Ancora, ecco Estate: un tema abusato trattato invece in modo originale, con immagini e metafore estremamente evocative. Una poesia davvero riuscita.
Si intuisce come questo giovane scrittore induca più alla scrittura di un saggio che a una semplice recensione. Non mi resta che invitare alla lettura di questo libro: vi si scopriranno momenti di alta poesia, che intenzionalmente ho voluto solo sfiorare in queste poche righe.
Giancarlo Giuliani
Davide Di Vitantonio
Labirinto primo
poesia
pagine 60, € 10,00
ISBN: 978-88-97364-42-9
giovedì 16 agosto 2012
mercoledì 15 agosto 2012
Recensione: PROFILI D'ALBERI di Marilena Ferrone
L’autrice parla d'amore in modo linguisticamente non convenzionale, con metafore che a tratti sorprendono. Il lessico è personale, vigoroso, e le scelte sonore esprimono forza (si veda il prevalere delle "r" in Il dono, in particolare nel verso 9, "… e compromessi per dragare l'amore"). Ancora, il binomio lessico forte-amore è ancora più evidente in La gioia, con il susseguirsi dei verbi "disossare/ cotonare/ pedinare/ quietanziare/ codificare/ riesumare".
La poetessa non ci conduce però in una dimensione atemporale, anzi ricorrenti s’insinuano tra le pagine i temi del trascorrere del tempo, della memoria di un passato che sempre ritorna, che si fa presente e intride di sé il cammino verso il futuro:
... da scarniti cieli
ricucire a sorsi il desiderio
di misurare a passi l'avvenire ... (L'avvenire).
Tutto ciò, però, genera malinconia, non tristezza, oltre ad attimi d’intensa tenerezza (Dal bene all'infinito, dedicata al padre). Dolori e momenti di verità spingono a una profonda riflessione su se stessi, sempre rinnovando però il desiderio di vita e di amore. Ne è esempio, Vivere, che citiamo integralmente:
Lungamente ho aspettato
dove annuvola il crocicchio
e i crocus consumano primavere
Dove albeggiano le piccole mani
e le dolci parole
Dove di schianto piove
come un grido nell'aria
un tonfo sul cuore
Inutilmente
dove il mondo si dipana
e un daziere ingordo
assottiglia la luce
Proprio questo senso del tempo è creatore di poesia: “nel baccanale dell'eterno cielo / l'enigma del trascorrere è poesia". Va detto, comunque, che l’intima unità delle poesie che compongono la raccolta rende a nostro parere inutile la suddivisione in sezioni. Le poesie hanno la capacità di costruire un itinerario che non necessita, per un lettore attento, di indicazioni. Esse "parlerebbero" anche senza titoli. Si pensi all'incisività con cui la poetessa suggerisce l'incanto dello sguardo di una bambina:
Ero bambina
indeclinabile figlia della terra
un guizzo di luce
di sbieco alla montagna
sbracciata allo stupore (Infanzia)
Spesso, poi, la versificazione diviene ancora più fluida, leggera, i versi volano l'uno dietro l'altro, il linguaggio si fa lieve:
Abiterai
un profumo di ginestra
o un sogno
signora delle fate
Sarai il frammento
che rinfranca le ciglia
la breccia
che penetra i ricordi
Avrai il passo
angoloso di donna
che sfuma
la guazza sui fiori
e volerai
in mano
un sole impagliato
per incantarmi in poesia
la spuma del mare
Come s’intuisce facilmente anche dal titolo della raccolta, è la natura che aggiunge forza al cammino dell'esistenza. Ciò è vero in numerose poesie, ricchissime appunto di elementi naturali, mai però sovrapposti, ma sempre intimamente connessi alle emozioni dell’autrice. Si legga Profili d'alberi, con il suo finale molto espressivo, quasi una summa della visione del mondo dell'autrice:
Terra
che a sostenerla s'ama
che attende dai ricordi
la forza di esistere.
Un bel libro, non banale, anzi molto promettente. Attendiamo con fiducia l'autrice a nuove prove.
Giancarlo Giuliani
Marilena Ferrone
Profili d’alberi
REA edizioni, L’Aquila 2008
Euro 10,00
venerdì 10 agosto 2012
Recensione: COME UNA FALENA NELLE NOTTI D'ESTATE di Fiammetta Ferzi (Edizioni Il Ciliegio)
Fiammetta Ferzi ci offre un diario intimistico e appassionato, mediante il quale affacciarsi nel mondo complesso e affascinante dell’universo femminile.Non un manifesto femminista o inutilmente rivendicativo di spazi e emozioni non concesse, quanto un viaggio sincero nelle aspettative, nelle delusioni, nelle gioie, e più in generale nella vita di una donna che ricerca la propria ragione di essere e la trova negli occhi smarriti di un bambino.
Viola, la protagonista del romanzo, è una donna come tante, dalla vita in apparenza serena. Nella sua esistenza, però c’è un vuoto profondo e sordo, che non intende ascoltare le scuse della ragione. È impossibile ascoltare la ragione, quando il cuore grida forte il proprio disagio!
E così Viola decide di partire, alla ricerca di un passato che dia significato al proprio presente e soprattutto sul quale fondare un futuro inizialmente incerto e fumoso.
Tornare sui luoghi della propria infanzia, significa per Viola comprendere le radici di un dolore mai del tutto accettato. E comincia quindi una sorta di percorso salvifico che deve affrontare la propria profondità nel dolore viscerale del mondo, degli “altri”: del “fallito” Marcello, della insoddisfatta Matilde, sino agli occhi di un bambino sconosciuto. E poi della Lei per eccellenza, della madre di Viola che involontariamente rivela alla figlia un trascorso di scelte difficili, mascherate con il velo dell’apparente leggerezza.
Non è un percorso semplice quello che porta il proprio dolore a confrontarsi con quello degli altri. Anzi, è spesso un procedimento rischioso, dal quale potrebbe essere possibile non riemergere e che comunque dal quale non si può (e non si deve!) uscire con le stesse paure dell’inizio.
Fiammetta Ferzi si dimostra, al suo esordio letterario, come una scrittrice capace di suscitare emozioni, forse perché il suo è un narrare che nasce delle emozioni. Non si nasconde dietro le convenzioni che spesso ingannano gli autori meno esperti, e affronta – onesta, ma determinata – il difficile compito di raccontare un mondo complesso come quello dell’animo femminile.
Ripercorrere la vita di una donna, per una donna che si rivolge principalmente a un pubblico femminile, può far incorrere nel facile – ma quanto mai ingannevole – abbaglio che tende a escludere il mondo maschile da certe dinamiche che portano all’acquisizione di una consapevolezza nuova. Invece “Come una falena nelle notti d’estate” è un libro che si rivolge anche e soprattutto a lettori che hanno voglia di comprendere – almeno in parte - la complessità dell’animo femminile, per carpirne i sogni e trasformarli in desideri esauditi.
Procedimento quanto mai complesso, ma alla portata di anime sensibili, che prescindono dal genere di appartenenza, per trasformarsi in recettori di emozioni, che tendono alla felicità ricercando la propria viscerale ragione di vita.
lunedì 6 agosto 2012
Sandro Naglia: LA PARTICELLA DI ...
Io non sono affatto un addetto ai lavori, ma detto in soldoni l’importanza della conferma dell’esistenza di questa particella — che era stata ipotizzata fin dal 1964 — è legata al suo ruolo di “aggregatore” della materia. Nella teoria del Big Bang c’era ancora “l’anello mancante” che portasse dal manifestarsi dello spazio-tempo dopo l’esplosione originaria al primo istaurarsi della materia: il Bosone di Higgs sarebbe proprio la particella che, conferendo la massa alle particelle, darebbe di conseguenza origine alla forza di gravità, creando le premesse per l’aggregazione della materia. Di qui il soprannome di “Particella di Dio”.
Premetto a quanto segue: io personalmente, seguendo una tradizione filosofica che risale ai Veda e passa per Parmenide, credo in un Universo eterno, increato, immortale e onnicomprensivo, dove quindi non “c’è bisogno” della figura di un Dio creatore, e d’altro canto il Big Bang — che sarebbe la matrice della nostra stessa possibilità di concepirlo, l’Universo — si sarebbe manifestato in ogni caso all’interno di un “qualcosa” preesistente (dal Nulla non può originarsi nulla).
Quello che forse non tutti sanno è che il soprannome “Particella di Dio” dato al Bosone di Higgs deriva dal titolo di un libro di fisica divulgativo: The God Particle: If the universe is the answer, what is the question?, pubblicato nel 1993 dallo scienziato Leon Lederman (la traduzione italiana è stata pubblicata da Mondadori nel 1996). Questi però aveva originalmente soprannominato il B. di H. “Goddamn particle”, che in italiano si dovrebbe rendere con un’espressione a metà tra “particella maledetta” e (perdonatemi) “particella del c...”, a causa della sua inafferrabilità e resistenza all’identificazione da parte dei fisici. L’editore del saggio censurò l’espressione, e la abbreviò in “God particle”, data anche la valenza metaforica che poteva derivare da tale soprannome (che poi bisognerebbe tradurre correttamente “Particella-Dio” e non “di Dio”).
Higgs ha sempre rifiutato questa definizione, perché — da ateo — la trovava offensiva nei confronti dei credenti, dato che oltretutto l’esistenza di questa particella avrebbe potuto finire di smantellare — almeno da un punto di vista “razionale” — molti pilastri su cui si basano diverse religioni riguardo all’idea di una Creazione.
E che non si dica che gli atei sono sempre degli oltranzisti...
REPLICHE
Marco Tornar: Che la particella sia di per sé nozione atea non mi pare una novità — la novità semmai è la Particola — un c... non ci vuole a sistemare l’universo SENZA il Corpo Purissimo di Nostro Signore Gesù Cristo — il problema è il contrario —
Giancarlo Giuliani: Non vi è contraddizione tra scienza e “Dio”, a meno che non si consideri un Dio con “caratteri personali”, cosa che solo la nostra suprema presunzione di uomini poteva produrre. Credo in un universo come corpo unico, e me ne sento cellula, ma il passaggio a indicare un Dio-persona come autore dello stesso non ha alcuna giustificazione filosofica, è un atto del cuore, della speranza, o, se volete, della paura. La scienza non c’entra. Abbiamo fatto un passo avanti nella conoscenza. Questo è tutto.
Marco Tornar: La conoscenza è tracotanza — c’era scritto pure a Delfi — Ma per essere attuali “Tutto questo ritornare dimostra solo quel che dico io, che non esiste progresso — e si gira in un cerchio” (Lacan).
Arturo Bernava: Quando una particella mi invaderà il cervello, il cuore e l’anima (ovunque essa sia, quella cosa nera e putrida!) allora la chiamerò particella di Dio. / Quando una particella la chiamerò e sentirò una pressione sul capo e la certezza che non sono solo, allora la chiamerò particella di Dio. / Quando una particella mi darà una speranza, quando tutto intorno a me sembra averla persa, allora la chiamerò particella di Dio.
Sono molto soddisfatto che la ricerca scientifica si evolva e dia risposte sino ad ora soltanto ipotizzate. Ma ritengo profondamente ingiusto nominare il nome di Dio invano, soltanto per questioni di “marketing”. Come dice Sandro Naglia nel suo articolo, la traduzione letterale non è “particella di Dio” e allora perché chiamarLo in ballo senza motivo? Forse per avere più risalto sui giornali di tutto il mondo? Non voglio sminuire la portata della scoperta (che lo ripeto - sebbene io sia un profano della materia - mi rende in qualche modo orgoglioso), ma sono convinto che se l’avessero chiamata “particella del cavolo” non avrebbe avuto tutta questa risonanza.
Ecco... partire da una “scorrettezza” lessicale, in nome di una maggiore risonanza mediatica, probabilmente nulla toglie al valore della scoperta, ma dal mio punto di vista ne opacizza l’importanza. Un po’ come sei io scrivessi un libro e invece di firmalo Arturo Bernava lo firmassi Gesù Cristo, perché non sono molto convinto del contenuto del libro e allora punto tutto sul nome in copertina.
Lo ammetto: ho estremizzato un po’ il concetto (giusto un po’), però pure loro...
Marco Tabellione: La scienza non potrà mai avere l’ultima parola, per quanti sforzi faccia, per quanti passi evolutivi compia (sempre che si possano continuare a chiamare evoluzione certe aberrazioni dell’espansione tecnologica), rimarrà sempre un passo in più che essa non sarà in grado di colmare. E’ come per i numeri, sono infiniti perché ne puoi sempre aggiungere uno. Purtroppo, o meno male a seconda dei punti di vista, si potrà sempre aggiungere Dio alla fine dell’ultima scoperta. Chi l’ha fatta questa particella di Dio? Dio? E chi è Dio? Dov’è? Questo la scienza non potrà mai dirlo, e forse neanche vuole. Ciò significa che la religione avrà sempre il suo spazio, sempre la sua importanza. Senza tenere conto del fatto che la religione può toccare dimensioni spirituali che la scienza ignora e vuole ignorare. Certo, non è solo alla religione che dobbiamo attribuire il compito di indagare la dimensione spirituale, ma è indubbio, per quanto mi riguarda, che al di là di quella particella, al di là dell’ultimo numero, si apre lo spazio spirituale e misterioso, e lì non è la ragione che domina. Il resto sono solo beghe su nomi.
domenica 29 luglio 2012
Recensione: LEGGENDE DEL LAGO DI SCANNO di Italia Gualtieri e Diana Cianchetta
Ecco allora svelarsi ai nostri occhi la terribile maga Angiolina, la cui storia è narrata con la fiabesca fluidità che riesce a ottundere anche l’impatto di sanguinose scene di battaglia, come il fallito assalto al castello. Ancora oggi, dice la leggenda, intorno al lago possono trovarsi delle pietre, residuo di quell’immane battaglia. Non manca poi, tipico anch’esso delle fiabe, il contrasto tra bene e male, con un momento in cui il nobile atteggiamento di una principessa rapita induce nella maga un insolito sentimento, che tanto assomiglia all’amore.
Vera metafora dell’esistenza è il racconto del venditore sconosciuto e del suo lungo e tormentato viaggio, fino a trovare salvezza grazie a un miracolo della Madonna del Lago e poi a terminare la sua vita proprio a Scanno. La storia è all’origine del culto particolare tributato alla statuina della Madonna e della suggestione per la quale il lago avrebbe la forma di un cuore.
Amore e morte si mescolano, come nella contesa tra la maga Angiolina e Pietro Baialardo, oppure nella cruenta leggenda dell’origine del lago, al tempo della grande battaglia contro le truppe dell’imperatore Augusto. Con tenerezza si legge la storia dell’amore della leggiadra Donna Giovannella per il nobile Cantelmo, che lascerà la sua vita in Terrasanta. Un amore che dura oltre la morte, con la leggenda della fanciulla che attende sempre l’impossibile ritorno dell’amato, prigioniera in un’oscura grotta sotto la sorveglianza di un terribile drago.
Sempre, però, è presente il tema del “sacro”, già evidente nella redenzione di Pietro baialardo, ma ancora di più nella storia del pastore, due volte testimone dell’apparizione di un raggio luminosissimo, indizio della presenza divina. L’evento è all’origine dell’usanza degli abitanti di Scanno di trasportare la Madonnina in paese quando vi sono eventi che turbano particolarmente la comunità. Un libro da leggere.
Giancarlo Giuliani
Italia Gualtieri e Diana Cianchetta
Leggende del lago di Scanno
NaTourArte, 2007
lunedì 23 luglio 2012
Fotografie (ricordo di Umberto Timmonieri) di Arturo Bernava
Il tempo è fatto di fotografie.
Le rivedo in ordine, alcune in bianco e nero, altre a colori, a scandire i ritmi della conoscenza, dell’amicizia.
Come nasce una storia, Umberto? Quali strani e arcani meccanismi si innescano nella mente dell’autore, per trasformare la nebulosa alea di un pensiero in uno scritto da consegnare agli affamati lettori?
Tante sono ancora le domande che vorrei farti, a tante altre vorrei rispondere. Ma tu non ci sei, sei andato avanti, e io cerco di fermarti in una fotografia, per tradire la tua assenza, per annullare il mio silenzio. Ecco sì, in silenzio perché sono inutili le parole dell’assenza.
La scruto la prima fotografia, il primo frammento del ricordo di quel minuscolo studio televisivo. L’hai descritto bene, mirabilmente, il tuo mondo, quello dal quale fuggire soltanto per ascoltare il cinguettio degli uccelli. In “Basta contare” — il racconto che chiude il tuo libro — lo hai colorato con quella sapienza che solo un comunicatore esperto poteva disegnare, la stessa sapienza dei semplici.
Ed eccola finalmente la prima fotografia: tu seduto sul tuo sgabello, a contare i passi della tua mente che cerca frettolosamente il difficile cognome dell’autore di turno. Eccola nell’eloquio colorato della tua semplicità, caratteristica importante e niente affatto scontata.
Ma non solo libri nella tua carriera. Attualità, giornalismo, l’innata capacità di tratteggiare un mondo che si vede anche solo con gli occhi dell’anima. E quindi quel “TG insieme” da cui, forse, hai tratto il tuo primo racconto, quella “Porta dei sogni” che ha rappresentato però l’incubo di un mondo che sta andando troppo veloce.
Un mondo che volevi fermare, per scendere nella tua fotografia. È bello a volte fermarsi. Essere riconosciuto non perché mettevi gli occhi sulla mia faccia, ma perché qualcuno — la dolce Alba Chiara — portava i tuoi occhi con sé e ti lasciava i suoi, come segno di un’intima appartenenza.
Come nasce una storia Umberto?
Come si riconosce “La forza del destino”? Come si fa a comprendere se siamo lupi o iene, o — ancora peggio — uomini con l’iniziale minuscola?
Tu lo sai, noi no. Perché forse siamo noi ad esser fermi in una fotografia.
E ti rivedo in un’altra immagine, mite nei modi e nei termini, estremamente elegante mentre cadenzi il tuo eloquio rotondo. Ti rivedo sorridente e gentile, pronto allo scherzo e soprattutto all’ironia. Ti ho scoperto saldo e rigoroso nei principi, fedele alla strada intrapresa, coraggioso nell’affrontare le mille difficoltà del vivere quotidiano.
Ora nella fotografia che ci ferma io potrei salutarti e lasciarti andare. Però non ho ancora capito: come nasce una storia, Umberto?
E leggo ancora una volta il tuo terzo racconto, quello che dà il titolo all’intero libro. “È così che nasce una storia”. Lo conosco bene, ho firmato la presentazione, ho curato l’editing, eppure rileggerlo mi dona sempre un’emozione diversa.
E nella consolazione della lettura all’improvviso comprendo: la storia nasce dalla forza delle scelte, dalla capacità di plasmare la nostra esistenza. “Quisque faber fortunae suae”. Oh sì, tu sì che sei stato artefice del tuo destino. L’hai plasmato e piegato con la forza della determinazione, l’hai vinto quando questi credeva di averti sconfitto. E rileggere la tua storia mi dona un’inspiegabile serenità, ma anche una voglia irrefrenabile di discorrere ancora con te, di confrontarmi con la tua arguzia e di giocare con la tua ironia.
Ti penso e il pensiero dà forma a una fotografia, forse l’ultima. Ti vengo incontro, perché posso ancora vederti e leggerti e commentare il senso della tua immortalità, il tuo libro. Quello stesso che tieni in mano, che afferri quasi con pudore, con imbarazzo.
L’espressione persa, l’immancabile ironico sorriso sul volto e la consapevolezza che non si diventa immortali solo per aver scritto un libro, ma perché si è entrati nel cuore delle persone.
Mi fermo e ti guardo sorridere. Penso che sono stato fortunato a conoscerti, onorato di aver potuto lavorare con te.
E stavolta sorrido anch’io, perché nella sera che oscura le fotografie, posso ancora ringraziarti
Arturo Bernava













